Il padiglione di Roccabruna. In origine era sormontata da un padiglione
panoramico al piano superiore.
|
Alle spalle del Canopo si estende la zona più alta e isolata della Villa
Adriana (non tutta aperta ai visitatori), in gran parte ancora di proprietà
privata e solo di recente oggetto di ripulitura e consolidamento. Si tratta
di una lunghissima spianata artificiale arginata da muri di contenimento
lunghi oltre trecento metri, con contrafforti a pettine su tutto il lato
ovest della Villa, che a nord terminava con la cosiddetta Roccabruna (n. 29)
mentre a sud arrivava fino ai complessi dell'Accademia (n. 30-31) e dell'Odeon (n. 32).
L'unico edificio visitabile, recentemente restaurato dalla soprintendenza
Archeologica del Lazio, è
Roccabruna (
n. 29), della quale rimane
solo la parte inferiore, che in origine era sormontata da una rotonda panoramica
con tempietto colonnato alla quale si poteva salire mediante la rampa che esiste
ancor oggi. Roccabruna conserva una vasta sala interna circolare, un tempo riccamente
pavimentata e rivestita di marmi, decorata da nicchie nelle quali dovevano trovar posto
delle statue; nelle pareti si aprivano grandi finestre che permettevano di vedere il
panorama circostante. Vi era inoltre una serie di ambienti accessori che giravano
attorno all'aula centrale, e un sistema di scale e rampe che raccordavano i diversi
livelli permettendo di salire al piano del Padiglione panoramico. I recenti lavori di
restauro hanno messo in luce pavimenti musivi policromi; ben poco rimane invece degli
Il lato ovest della Spianata dell'Accademia e di Roccabruna era arginato da
un muro di contenimento lungo oltre 300 metri.
|
originari pavimenti in
opus sectile. Roccabruna aveva una funzione di 'Torre' analoga
a quella del Padiglione di Tempe, e come quello era un punto di passaggio obbligato e
sorvegliato per salire alla Spianata di Roccabruna e dell'Accademia, che su questo
versante non prevedeva alcun altro accesso.
A sud di Roccabruna si estende la vasta
spianata omonima, lunga oltre 300
metri, che arriva fino all'Accademia (n. 30-31), ancor oggi proprietà di
quella famiglia Bulgarini che vi costruiì un Casino e fece degli scavi a
partire dal Seicento.
Il lato occidentale di questa spianata è tuttora arginato da un lunghissimo
muro di contenimento con contrafforti a pettine disposti ad intervalli regolari.
Anche in questo caso, come per la Terrazza di Tempe, si può parlare di vere
e proprie 'mura', che proteggevano e rendevano inaccessibile questa parte della Villa.
La parte più settentrionale della spianata artificiale ha una larghezza minore,
circa 35 m.; poi si allarga fino a raggiungere ben 110 m. in corrispondenza di un muro di contenimento
disposto ad angolo retto rispetto al precedente. Nulla di preciso si
sa di quest'area, che probabilmente era sistemata a giardino, anche se qualche
studioso ha ipotizzato che servisse come riserva di caccia, sport di cui l'imperatore
era appassionato.
A trecento metri da Roccabruna, all'estremità meridionale della spianata,
sorge uno dei complessi più suggestivi e meno conosciuti della Villa Adriana,
l'
Accademia (
n. 30-31).
La prima struttura che si incontra è quanto rimane di un
Vestibolo o
Padiglione d'ingresso di cui rimangono in piedi tre dei quattro pilastri originari, posti sopra un podio dotato di due scalette d'accesso che costituivano un filtro di sicurezza. I pilastri dovevano sostenere una copertura sulla quale i vari studiosi hanno opinioni contrastanti e qualcuno come Hansen ipotizza una cupola; vicino ad esso le piante
di Contini e Piranesi riportano l'esistenza di una scala che saliva dal
muro di contenimento e quindi dalla strada che lo costeggiava. In questo Padiglione
furono rinvenute le statue dei Centauri di Aristeas e Papias oggi ai Musei Capitolini.
Uno dei quattro pilastri rimasti del Padiglione d'ingresso all'Accademia.
|
Tre ambienti dell'Accademia trasformati in fienile; in quello centrale si
conservano resti del soffitto in stucco.
|
Dal Padiglione si entrava nel grande
giardino interno dell'Accademia, circondato da un
portico. I suoi alti muri perimetrali ne fanno un giardino chiuso, segreto,
probabilmente per ripararlo dai venti, dato che si trova sulla sommità
della collina. Ma sul lato orientale del giardino vi era un doppio portico (simile
a quello del Pecile), uno interno ed uno esterno, accessibile mediante un'ampia
apertura e affacciato su di una terrazza artificiale con vista panoramica.
Sul lato settentrionale del portico interno sono invece conservati tre ambienti
trasformati in un
fienile sormontato da una torretta-colombario; in uno di essi
rimane parte dell'originario soffitto in stucco.
Il cosiddetto Tempio di Apollo è una delle strutture meglio conservate
dell'Accademia.
|
Sul lato orientale del portico è la struttura meglio conservata e più
importante del complesso, il cosiddetto
Tempio di Apollo (
n. 31). Si
tratta di una vastissima sala circolare, di oltre 12 m. di diametro, della quale è
rimasta in piedi solo la metà. La parte inferiore era scandita da una serie di
colonne in laterizio, sopra alle quali era un architrave. La parte superiore aveva
finestre alternate a nicchie semicircolari; la maggior parte degli studiosi crede che fosse coperto da una cupola, ma non se ne vede alcun frammento sul terreno. Sul lato orientale del Tempio di Apollo si apriva un'alcova rettangolare,
all'interno della quale fu rinvenuto il celebre mosaico delle Colombe, oggi al Museo
Capitolino. Le pareti erano interamente rivestite di marmi, e conservano incassature
rettangolari nelle quali erano probabilmente sistemati dei rilievi.
A sud del Tempio di Apollo è una vasta sala absidata detta
Zooteca, nelle
cui pareti si vedono grandi incassature per le travi della copertura di un portico che circondava un giardino interno, al centro
dell'abside si apriva una porta che immetteva in un piccolo ambiente che costituiva
uno dei tanti accessi dissimulati della Villa. Questa sala faceva parte di un
percorso assiale nord-sud che partiva dalla Spianata dell'Accademia per terminare
in un piccolo ambiente sull'estremità opposta del complesso.
Veduta delle sostruzioni con criptoportico sotto al lato orientale dell'Accademia.
|
Il vasto ambiente absidato detto Zooteca, adiacente al Tempio di Apollo.
|
Le piante di Contini, Piranesi, Winnefeld e Salza Prina Ricotti riportano
tutte, a sud del portico dell'Accademia, una serie di strutture oggi non più
visibili perché rase al suolo oppure incorporate in un Casale e nel Casino
fatto costruire dai Bulgarini. Secondo Piranesi in quest'area dovevano esservi
impianti termali.
La spianata dell'Accademia era arginata da muri di contenimento anche sul lato orientale.
Tali muri, occultati dalla vegetazione, passavano obliquamente alle spalle del Canopo fino
a raggiungere le strutture del Tempio di Apollo (n. 31) sotto alle quali si trasformavano
in un
criptoportico, accessibile da una area pianeggiante su di un livello più
basso, posta fra Accademia e gli Inferi (n. 33). Le piante antiche (Piranesi) indicano
la presenza di passaggi sotterranei anche sotto al portico centrale dell'Accademia.
L'ambulacro dell'Odeon, il teatro vicino all'Accademia.
|
Veduta del muro di fronte scena del teatro dell'Odeon.
|
Più oltre sono i resti dell'
Odeon (
n. 32), il teatro nel quale si svolsero
i più antichi scavi di cui abbiamo notizia, durante i quali si rinvennero
le statue di Muse sedute oggi al Museo del Prado di Madrid. Dell'Odeon è visibile
ed accessibile solo l'ambulacro che corre dietro al fronte scena, pavimentato con
grossolano mosaico bianco.
Facendosi largo fra i rami si vedono anche, sul lato opposto, i muri del fronte scena,
mentre la cavea è completamente interrata e resa invisibile da un vero e proprio
bosco di arbusti.
Una serie di gallerie sotterranee metteva l'Odeon in diretta
comunicazione con uno degli edifici più singolari e meno conosciuti della
Villa, il Ninfeo detto degli
Inferi (
n. 33).
Si tratta di una ex-cava di tufo, che ha creato una valletta artificiale decorata da un canale per
l'acqua con due bacini circolari, a malapena intuibili nella vegetazione;
all'estremità sud è una grotta scavata nel tufo, con un cunicolo centrale
da cui sgorgava l'acqua. Le pareti di tufo della grotta sono state
Veduta degli Inferi nello stato attuale: in fondo si intravvede la grotta.
|
scalpellate in modo da simulare la roccia, ed in parte rivestite con
'tartari' di travertino, che imitavano le stalattiti delle grotte stesse.
La grotta degli Inferi, con il cunicolo centrale da cui sgorgava l'acqua.
La roccia era lavorata in modo da simulare una grotta naturale ed in parte
rivestita da finte stalattiti in travertino ('tartari').
|
Ai due lati di questa grotta due aperture davano accesso al sistema di vie
sotterranee che arrivava sia all'Odeon che al cosiddetto Grande Trapezio
(n. 34).
Il
Grande Trapezio (
n. 34), la cui esistenza è nota già
dalle piante di Contini e Piranesi, è un incredibile percorso di
gallerie sotterranee scavate nel tufo ed illuminate da 'oculi', cioè da pozzi
di luce circolari scavati nel banco roccioso. Si estende per oltre 4 chilometri, ha
la forma di un trapezio (da cui il nome), e dal suo lato nord parte una lunga strada
sotterranea che costeggia gli Inferi e prosegue fino a raccordarsi con quella proveniente
da Piazza d'Oro. Queste gallerie ovviamente non sono aperte al pubblico e sono piuttosto
difficili e pericolose da esplorare.
Le gallerie del Grande Trapezio in una incisione ottocentesca di Penna.
|
Il Grande Trapezio viene interpretato come grande via carrabile sotterranea, destinata
al traffico dei carri che portavano gli approvigionamenti alla Villa Adriana. La Salza
Prina Ricotti ha addirittura ipotizzato che in una di queste gallerie, dotata di una
serie di rientranze, servisse da stalla sotterranea per i cavalli e i muli; in
realtà la struttura 'a pettine' è quella tipica dei cuniculi di drenaggio
sotterranei, ampiamente diffusi in area laziale ed etrusca, probabilmente collegati alla
villa repubblicana incorporata dalle costruzioni adrianee di cui si è detto.
Recentemente Pinto e MacDonald 1995 hanno sottolineato il collegamento del Grande Trapezio
con l'Odeon e la grotta degli Inferi per ipotizzare che questo percorso sotterraneo,
assolutamente unico nel suo genere, avesse un significato simbolico, legato ai culti
dell'aldilà e in particolare a culti ctonii come i Misteri Eleusini – dei
quali peraltro si conosce assai poco. E' una ipotesi molto suggestiva, rafforzata dalla
presenza del teatro, in cui spesso si tenevano celebrazioni simboliche.
Il Mausoleo libero dalla vegetazione in una incisione ottocentesca di Penna.
|
Il
Mausoleo (
n. 35) è attualmente interrato e coperto da una macchia
di vegetazione che rende arduo distinguerlo. Possediamo però le incisioni di Penna
(1836) che ne riporta fedelmente l'aspetto. L'interpretazione come Mausoleo funerario
è quella tradizionale, ma Pinto e MacDonald hanno ipotizzato non a torto che, data
la sua forma chiusa e parzialmente interrata, servisse invece come Neviera, cioè
deposito per la neve.
Il recente scavo del prof. Patrizio Pensabene ha rinvenuto frammenti di marmi architettonici e
pavimenti in
opus sectile. Si è quindi compreso che questo edificio non era né
un Mausoleo né tantomeno un deposito per la neve, ma piuttosto un tempietto circolare.
Poco distante sorge il cosiddetto
Tempio di Pluto (
n. 36), un complesso di
cui non si sa quasi nulla, in precario stato di conservazione. Le piante riportano un
edificio di forma rettangolare con un'abside su uno dei lati lunghi. Sul posto si vedono
parti di mosaico e di pavimenti in
opus sectile, e pochi resti murari.
Nella proprietà Bulgarini sono ancora visibili le rovine dell'acquedotto che
alimentava i giochi d'acqua della Villa.
|
Sempre nell'area della proprietà Bulgarini si conservano scarsi resti occultati da
abbondante vegetazione di un
acquedotto (non indicati in pianta). La Villa Adriana aveva
un andamento generale delle pendenze da sud a nord, quindi è evidente che
l'alimentazione idrica proveniva da sud e dall'alto. Questo acquedotto, che una incisione
di Penna ci mostra ancora ben conservato nei primi decenni dell'Ottocento, doveva senz'altro
collegarsi con uno dei grandi acquedotti pubblici che prelevavano acqua dall'Aniene a Tivoli
per portarla a Roma.
L'acquedotto dell'Accademia in una incisione ottocentesca di Penna che documenta
uno stato di conservazione assai migliore.
|
Per completezza, infine, citeremo i resti di un
doppio portico recentemente esplorato dal
prof. Jorg Hansen con l'Accademia di Danimarca, ed altri
ruderi detti di S. Stefano
(non indicati in pianta) che probabilmente appartenevano ad un'altra Villa .